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Un paio di anni fa si tenne al Rijksmuseum di Amsterdam un’esposizione dall'emblematico titolo di “Art is Therapy”, curata dal filosofo inglese Alan de Botton e dallo storico dell’arte John Armstrong e nella quale i due autori si limitavano a commentare le opere esistenti nella collezione del museo.

Campeggiava tra gli altri commenti un’esortazione rivolta al visitatore che colpiva particolarmente e che diceva: «Non esiste arte che sia grandiosa di per sé, ma solo arte che funziona per te. Non avere paura di chiedere all'arte di far succedere delle cose».

È da qualche anno che organizzo delle visite a mostre e kermesse dell’arte contemporanea accompagnato dai miei figli e ogni tanto, in queste uscite allegre e spensierate, si aggregano loro piccoli amici o qualcuno dei ragazzini con i quali lavoro nei miei percorsi di accompagnamento educativo.

È diventata ormai una consuetudine alla quale non potrei più rinunciare, un altro modo di visitare queste esposizioni, lasciandomi guidare dagli occhi di questi piccoli grandi esploratori pronti a lasciarsi sorprendere da ciò che troveranno, senza sentire addosso la scomoda missione di capire e di spiegare. L’approccio che insegnano è fatto di sguardi attenti ma capaci di osare la distrazione in un particolare – e non necessariamente appartenente all’opera – che coglie i loro pensieri e che li muove in una rete di significati pronti da assemblare nelle forme più varie che la sensibilità e l’intelletto possano immaginare.

Ricordo tra le altre un’uscita di qualche anno fa alla Biennale di Venezia (meta ormai rituale con i miei figli) nella quali ci imbattemmo in uno scritto all’ingresso del padiglione francese che io mi soffermai a leggere e Gabriele, che ancora leggeva a stento, riuscì a leggere con grande orgoglio una parola nuova: “Cosa vuol dire memoria ?” Mi chiese dopo aver gioito per il risultato del suo sforzo.

“La memoria è la capacità che la nostra mente ha di conservare le cose che ci succedono e che quando ci servono possiamo recuperare" risposi io cercando di rendere la spiegazione la più lineare possibile.
"Come dei ricordi?" Chiese
"Esatto proprio così. Infatti i ricordi possiamo averli perché esiste la memoria che ci permette di recuperare le cose che ci sono successe, le cose che abbiamo detto e che abbiamo fatto nel Passato e che possiamo rivedere ora". Aggiunsi cercando di non rendere la cosa troppo complessa.
”Papi, ma se i ricordi sono cose che sono successe nel Passato, perché ci sono ancora?”
“Cosa intendi dire?"
“Che se una cosa è già successa io non la vedo più”
“Certo, ma puoi cercare nella tua testa quello che hai visto succedere e quello che trovi è un ricordo” risposi chiedendomi se la mia risposta potesse essere chiara e sensata
“Ma allora tutto quello che ho nella testa è un ricordo!”
"Be' no. Nella testa hai anche altre cose. Hai dei pensieri tutti tuoi, che crei te. Hai delle idee, delle cose che vedi ora e che non avevi mai visto prima"

Come accadeva spesso lo sguardo di Gabriele si trasfigurava in linee che ne disegnavano rotte che portavano lontano i suoi pensieri e che ti lasciavano lì sempre col dubbio che ti avesse mollato non soddisfatto delle spiegazioni, in più partì diretto all’ingresso del padiglione attratto dai rumori che ne fuoriuscivano.

Ci trovammo immersi nella grande opera di Christian Boltansky dal titolo "Chance", una grande macchina che ricombina elementi visivi, numerici e concettuali in una continua provocazione del visitatore rispetto all'idea della casualità quale grande regolatrice delle nostre esistenze, ma anche della ricombinazione delle nostre esistenze come risultato di un puzzle di elementi che appartengono a chi ci ha preceduto.

L'opera è molto suggestiva e coinvolgente e lavora su tre dimensioni delle chance che le nostre vite rappresentano.

Ad esempio, la nascita è associata ad un meccanismo simile ad una "ruota della fortuna", così come una sezione denominata "Ultime notizie degli uomini" mette in evidenza il fatto che se è vero che nessuno di noi è sostituibile, è altrettanto vero che, di fatto, veniamo sostituiti.

In quest'opera di Boltansky ci si ritrova proiettati direttamente dentro una complessità di componenti e di meccanismi che si intrecciano restituendo un'idea delle esistenze e delle esperienze che possono e devono essere ricostruite tenendo conto di molti livelli che riguardano, certo quegli elementi biografici che appaiono come più lineari, ma anche altri aspetti che giocano continuamente tra la storia, l'appartenenza, la memoria e, perché no, la casualità.

Tra i rumori di questa macchina mio figlio Gabriele si riavvicinò a me e come se non avessimo mai interrotto il dialogo precedente mi disse: "Ma le parole che dico sono come dei ricordi"
"Perché?" Chiesi io alzando la voce per farmi sentire
"Perché se io non mi ricordo le parole non le posso dire"… "E' come se ho delle foto nella testa che mi fanno ricordare le parole, e io so che quelle parole sono come delle cose che mi sono successe"
"Be' in fondo è così" feci giusto in tempo a dire, che lui già si perdeva nuovamente negli spazi dell’installazione tutto preso a fotografare quel mondo che Boltansky aveva messo a nostra disposizione.

Mi soffermai col pensiero su come quel bambino era riuscito a chiedere all’arte di far succedere delle cose, a lasciarsi trascinare nell’avventura di lasciar accadere delle cose e come si era disposto ad accogliere ciò che ne era scaturito.

Mi soffermai ancora su quanto in quella relazione mediata dall’opera si era intessuto un discorso che mi comprendeva e che stava facendo accadere delle cose anche in me; che all’interno di quella macchina che sembrava produrre immagini, che le trasportava, le giustapponeva si stava reificando un processo di cura intenso e significativo.

Nel lavoro di cura è necessario esercitarsi e prendere confidenza con il pensare complesso e ad affrontare l'incertezza accogliendone l'essenza nell'operare e nel modo stesso di pensare. È importante avere presente anche una certa dimensione etica che, come ci suggerisce Morin, è alimentata direttamente dal pensiero complesso e quindi dalla essenzialità di contemplare l'incertezza e con essa, la necessità di andare oltre quel paradigma binario che concepisce tutto come dualità bene/male, giusto/ingiusto.

“L’etica complessa concepisce che il bene possa contenere un male, il male un bene, che il giusto possa contenere l’ingiusto, l’ingiusto del giusto”1

Nella cura autentica non vi è spazio per paradigmi binari e polarizzanti, per verità assolute e relazioni di tipo autoritario.

In quell'opera di Boltansky, io e Gabriele condividevamo il nostro viaggio nel “mare dell'incertezza" in una dimensione narrativa nella quale il caso come un grande regista delle nostre vite disponeva possibili connessioni sulle quali ideare e implementare le esperienze, attraverso le quali costruire le nostre e le altrui appartenenze.

Schiacciando casualmente un tasto il visitatore di Chance determinava la nascita di un neonato piuttosto che di un qualsiasi altro, mentre inesorabilmente il contatore degli uomini che muoiono scorre addizionando le vite che vengono sostituite.

Io e quel bambino di quasi sei anni navigammo tra le numerevoli suggestioni intorno alle dimensioni del ricordo e della memoria come laboratorio esistenziale di cui in ogni momento si può disporre e nel quale poter sperimentare la possibilità di leggere le possibili storie, introducendo l'idea di un autore collettivo nella quale anima possano operare tanto il caso, quanto il destino, in un continuo declinare narrativo che galleggia e si nutre della complessa incertezza dell'esistere.

Ricordo - di quel viaggio di ritorno in treno da Venezia - che guardando insieme le numerose foto scattate ebbi la sensazione di essere stato aiutato dal mio piccolo compagno d’avventura a non aver paura di chiedere all’arte di far succedere qualche cosa.

Michele Stasi
 INTRODUZIONE ALLA CURARTE

Eccoci giunti all'ultimo post di questa introduzione. Come si è potuto evincere in ognuno di questi articoli iniziali, una delle caratteristiche principali del processo di CurArte è il fermo superamento di ogni ortodossia precostituita, di ogni pre-concetto di verità, con il conseguente distacco dal metodo scientifico per riconoscere, invece, tutte quelle esperienze di verità che hanno luogo al di là dei confini che esso stabilisce, affinché ogni santa teoria non abbia la meglio sulla concretezza dei fatti.

La teoria principe di CurArte è, dunque, molto semplice: funziona ciò che funziona e non funziona ciò che non funziona.

Si tratta, quindi, di un approccio che non ha verità precostituite ma che cerca continuamente la sua verità attraverso mirate sperimentazioni e feedback condivisi con il soggetto della cura che diventa la sola cartina tornasole del successo dell'intervento.

D’altronde anche l'artista, quando è tale, danza insieme alla sua opera verso un uscio che non gli è dato sapere in partenza, egli partecipa con lo stesso stupore alla rivelarsi dell’opera che va creando.

In questa direzione si attesta, nel processo di CurArte, il rifiuto della diagnosi e la concentrazione sul problema in quanto tale, a prescindere da ogni definizione del problema stesso-definizione che spesso ha la sola funzione di rassicurare, quando l’etichetta non diventa, invece, di per sé, la vera patologia da cui liberarsi.

Nei percorsi di CurArte non ci si chiede mai ”Perché accade?” ma: “Cosa accade? e “Come possiamo fare affinché non accada?”. Ed è domanda a cui entrambi i poli della cura sono chiamati creativamente a rispondere, la sola degna di ogni più scandalosa ricerca.

Infatti, è ugualmente messa in discussione la posizione di potere che rende asimmetrica e disfunzionale la relazione tra chi cura e chi è curato, subordinando al primo il secondo, col falso principio che il sapere del curante sia fondamentale per la cura del curato.

L’approccio di CurArte sposa, invece, il concetto che chi cura è chi è curato compartecipano ugualmente, col loro reciproco sapere, alla definizione del malessere, come alla costruzione dei suoi eventuali rimedi. Insomma, l’opera, qualsiasi essa sia, si costruisce insieme.

È in questo senso da intendere quale icona di CurArte l'opera Fountaine di monsieur Marcel Duchamp che nel 1917 acquista una toilette sul catalogo di una ditta specializzata, la firma, la capovolge e la espone.

Dà vita così ad una profonda rottura epistemologica con la tradizione occidentale: per la prima volta mette una cosa reale laddove da sempre abbiamo assistito a una sua rappresentazione: non il dipinto di un cesto di frutta, o (come in questo caso: di un cesso, poco importa), ma un cesto di frutta vero e proprio. Costringe così il fruitore a chiedersi, a domandarsi, ad andare oltre qualsiasi "mi piace", "non mi piace", "è bello", "è brutto" e a chiedersi, riflessivamente: “che senso ha?”. Costringe, cioè, il fruitore ad entrare nell'opera e a prendersene cura, unico modo per dotarla di senso, svelando -di fatto- quel che da sempre l'arte e la cura rivelano...

...che noi non siamo se non per gli altri, se non nella cura degli altri, e solo nel riflesso creativo degli occhi dell’Altro che ci rivela, scopriamo la possibilità di riflettere su di noi.

Perché solo i riflessi permettono di riflettere, solo la moltiplicazione delle immagini di ciò che non siamo permette di immaginare che, da qualche parte, ci siamo e per davvero e, a partire da quell'immaginazione ogni volta perderci per ritrovarci.


 INTRODUZIONE ALLA CURARTE

Nel post precedente ("Nel golfo della molteplicità potenziale") accennavamo come, nei percorsi di CurArte, l’agire preceda sempre il capire e sia di fatto la strada maestra che porta velocemente alla cura.

I tempi di soluzione di un intervento di CurArte sono, infatti, piuttosto rapidi. Da una statistica degli ultimi cinque anni, su un totale di circa 300 casi esaminati, i margini di successo, ossia di estinzione del problema presentato, sono del 75%, di cui la gran parte tra il terzo e l’ottavo incontro.

Una rapidità dovuta all'utilizzo di appropriate tecniche e strategie che, proprio agendo nell'alveo della disciplina artistica, si possano permettere un totale stravolgimento di ogni rigido paradigma, a partire dall'assenza di un linguaggio specifico e, quindi, dalla possibilità di utilizzare qualsiasi linguaggio, nessuno escluso.

Si viene così a superare ogni ortodossa convinzione che da sempre sappiamo essere il più grande nemico della curiosità e della scoperta.

È il caso, da poco concluso, di un uomo di 52 anni: bancario, con una grande passione per il teatro che esercitava da anni a livello amatoriale, elemento che si dimostrerà fondamentale per la risoluzione del caso. L'uomo si presentò in studio descrivendo -più o meno così- il suo problema: “Da sei anni sono in analisi, da quattro ho capito che non amo più mia moglie, eppure non riesco a lasciarla”.

È la formula tipica di tante situazioni che mi capita di affrontare: “Sa, ho fatto dieci anni di..." metteteci una delle infinite possibili psicoterapie che scavano nel profondo. "E sa, mi è servita molto, ho capito che..." aggiungete una delle infinite possibili consapevolezze che possiamo trarre scavando nelle nostre vite. Poi, però, la conclusione è sempre la stessa: una volta che sono consapevole, che ho capito qual'è il mio disagio: "Adesso cosa devo fare?".

L’uomo in questione, riferì -appunto- che non amava più la moglie, ma le voleva bene e assolutamente non voleva farle del male e poi c'era il figlio che non voleva far soffrire e di cui -ovviamente- temeva la reazione. “Un anno fa ho conosciuto una donna,” raccontò, “Ci siamo innamorati, ma da allora, paradossalmente, la mia vita è un inferno e non le nascondo che ho pensato più volte di farla finita. Ogni giorno vorrei dire a mia moglie che è finita, che amo un'altra donna, ma non riesco. Non so davvero più cosa fare.”.

L'evento epifanico dell'opera di CurArte si distanzia diametralmente dalla consapevolezza di stampo psicanalitico, proprio perché non la rincorre, puntando invece concretamente alla risoluzione del problema (in questo caso: annunciare alla moglie la fine del loro amore), attraverso una ristrutturazione creativa dello stesso.

Affinché ciò avvenga con la rapidità che abbiamo detto, vanno applicate adeguate tecniche e strategie, dispositivi per entrare nel tessuto immaginifico del soggetto e superare le sue resistenze.

L'attore in questione si dimostrò particolarmente lacerato dal concetto di onestà: il desidero di essere onesto con la moglie, con il figlio, ma la paura che questa onestà fosse per loro devastante devastante, questo cortocircuito sembrava generare l'impasse che da anni lo tormentava.

Ragionammo, così, anzitutto, attorno al concetto di finzione, di come nessuno, più di lui, poteva sapere che finzione e disonestà non erano sinonimi, che anzi, come disse Picasso: “L’arte non è che una bugia che ci fa realizzare la verità”. Scoprimmo così che quell'evento tanto faticoso avremmo potuto simularlo, proprio grazie al superpotere di cui lui era in possesso: la recitazione.

Quella stessa recitazione che da anni lo faceva salire sul palco, che gli faceva indossare una maschera che mentre lo proteggeva gli permetteva anche di rendere reale ciò che non lo era, o che attendeva il suo intervento per diventarlo. Fu semplice a quel punto pensare che se avessimo scritto un copione di quell'evento, avremmo anche potuto controllarlo più facilmente, anzitutto provandolo in vitro per capirne gli effetti.

Nelle settimane che seguirono scrisse forsennatamente il suo copione: la scena con cui avrebbe fatto la sua dichiarazione alla moglie. Ogni 15 giorni ci vedevamo, per me lo metteva in scena e, insieme, discutevamo come miglioralo, anche esteticamente. Dopo 5 incontri era pronto a debuttare in quello strano e difficilissimo teatro che era la sua casa con per pubblico quella sola persona che sicuramente non l'avrebbe applaudito.

Lo spettacolo andò in scena nella settimana successiva e, malgrado la fatica e il dolore, fu un successo.

L’ho rivisto il mese scorso, al consueto feedback che chiedo dopo sei mesi dalla dismissione. Da circa un mese si era trasferito a casa del suo nuovo amore, la settimana precedente al nostro incontro c'era stata una cena con lei e il figlio dove tutto, con un po di tensione, era andato abbastanza bene, mi disse, infine, che stava pensando di trasformare quel copione in un vero e proprio spettacolo teatrale.

A una preparazione riflessiva segue, dunque, una proposizione pragmatica. Nel percorso di CurArte -infatti- contano solo i fatti, anzi, di più: i fatti rilevati dal soggetto della cura che è testimone ultimo della sua efficacia e del senso del percorso che sta compiendo. Ci sono, insomma, molte cose da dire e da fare, ma da dire solamente, non c’è n’è. Mentre questo “dire” che non si fa azione è, invece, spesso, una dei grandi limiti di molti interventi terapeutici.
 INTRODUZIONE ALLA CURARTE

Nel processo di CurArte l'artista da educatore della materia si fa educatore del disagio che attanaglia il soggetto della cura.

Non per governarlo secondo finalità prestabilite, secondo protocolli, ma per accompa- gnarlo a trasformarsi in elemento espressivo anziché depressivo, per tras-formarsi in ciò che non è, ma che potrebbe essere; in ciò che non è, ma avrebbe potuto essere: quella zona dell’ipotetico, quel “golfo della molteplicità potenziale” (lo definirebbe Italo Calvino), che è indispensabile per qualsiasi forma di conoscenza ed è fonte fondamentale lungo il cammino della tras-formazione, del cambiamento costruttivo, della cura e dell’ascensione al ben-essere.

Utilizzando i linguaggi e le metodologie dell’arte e i suoi molteplici strumenti, le persone coinvolte nei percorsi di CurArte, sono dunque accompagnate a intraprendere un viaggio di trasformazione che porta dalla materia informe, all'Opera della Cura: la trasformazione del «memoma» (del “genoma simbolico”), testimone del cambiamento.

Si tratta di percorsi che interrogano i partecipanti coinvolgendoli in un atto ri-creativo di sé per il superamento del loro malessere; percorsi in cui ognuno si fa autore e, al contempo, materia stessa dell’Opera che va realizzando, in una continua ridefinizione creativa del proprio eventuale disagio.

Obiettivo di “CurArte” è -ovviamente- accompagnare il soggetto in difficoltà al superamento del problema che lo affligge, trattando l’intervento stesso come appuntito strumento artistico, sollecitando l’emersione di materia immaginale; interrogando la polisemia dei simboli evocati ed evocabili; reclamando, in ultima analisi, il primato delle strutture profonde e inconsce sul soggetto cosciente -senza, per altro, dover migrare nelle paludi fin troppo esacerbate della psicologizzazione.

Un processo che trova il suo centro ermeneutico nella complessità e nella ricchezza dei mondi inaspettati che è in grado di generare, universi cui sono legate indissolubilmente quelle dimensioni esistenziali, percettive, rappresentative, culturali, linguistiche che, emergendo in situazione, permettono un’elaborazione creativa del disagio, del malessere e delle possibili problematiche sottese, ma anche e soprattutto delle possibili e infinite risorse disponibili.

Uno spazio in cui è data la possibilità di “dire” e di “dire” in profondità, di aprire quell’anfratto intimo e non alienato che spesso è negato dalla pragmatica della vita quotidiana. Un “dire” che utilizza tutte le possibilità espressive e che, provocato ad uscire dal linguaggio ordinario e ordinato, si propaga con uno sviluppo ramificato di cui la complessità e la metamorfosi costituiscono la natura scompensante, lo iato che, posto al vaglio del raziocinio, darà adito, poi, alla comprensione e alla ridefinizione personale dei nuovi codici emersi.

Si instaura, quindi, un processo inverso rispetto ai più tradizionali interventi terapeutici che tendono ad anticipare il capire all'agire. Nei percorsi di CurArte l’agire, invece, precede il capire e, anzi, spesso è la strada maestra che porta velocemente a una consapevolezza che altrimenti richiederebbe anni di lavoro, come spesso denunciano le persone che si rivolgono a noi.

Ci siamo già soffermati nel post "L'arte, l'anello mancante" sul carattere evolutivo che, dal nostro osservatorio, ha avuto l'arte, non solo nello sviluppo della civiltà umana, come è scontato pensare, ma -anzitutto- nello sviluppo della stessa specie umana.

Da tempo, nelle mie incursioni nella Facoltà di Medicina e Chirurgia di Milano, dove ho l'onore di tenere alcune lezioni, appunto, sull'arte e la cura, mi diverto a provocare gli astanti con una storiella che evoca questa mirabolante esplosione dell'umanità.

Ecco la storia...

“C’era una volta…”, ma -in questo caso- proprio una volta... almeno quaranta, quarantacinquemila anni fa, una piccola comunità di uomini e di donne che, come in uso nei costumi dell’epoca, viveva in una caverna.

Ogni giorno si alzavano e compivano quelle tre/quattro operazioni che facevano della loro vita… la loro vita: cacciare, raccogliere erbe, bacche, frutti, mangiare, riprodursi e tornare a dormire... così, senza sosta, aspettando, non diversamente da noi, la fine.

Un bel giorno, però, come in tutte le favole, accadde una cosa straordinaria.

Una mattina, mentre tutta la comunità si preparava per uscire a procurarsi il cibo, due di loro si fermarono.
“Che c’è,” gli chiesero, “non vi sentite bene?”.
"No,” risposero quelli, “stiamo benissimo. È che preferiremmo star qui a disegnare.".
"A disegnare?” li guardarono allibiti. “E che significa?".

…Be' forse le cose non andarono proprio così, forse non parlarono nemmeno, probabilmente i più pensarono che fossero malati -dei pazzi, avrebbero detto qualche millennio più tardi. Sta di fatto che quei due si fermarono e, la sera, quando il gruppo rincasò, anzi… rincavernò, si trovò di fronte a qualcosa di miracoloso: le pareti della caverna completamente istoriate.

Dopo un primo momento di imbarazzo proruppe la meraviglia e tutti cominciarono a correre da una parte all'altra della grotta, riconoscendo le cose che erano del mondo e che, ora, per una autentica magia, si trovavano lì, su quelle rocce.

“Guarda,” diceva uno, “quello sono io mentre caccio.”.
“E quella,” diceva un'altra, “quella sono io mentre raccolgo le bacche.”.
Insomma, capirono che quei due non erano proprio pazzi ma, anzi, che avevano un che di speciale e, se non proprio loro, certo quelle strane cose che facevano sulla roccia e che chiamavano disegni.

Così, da quel giorno, cominciarono a tenerli in una certa considerazione.
Gli chiedevano consiglio quando qualcosa li turbava, quando dovevano prendere certe importanti decisioni; si recavano da loro quando stavano male e, questi, una volta facendo un disegno, una volta compiendo una danza, riuscivano, non sempre certo, ma spesso, anche a guarirli e, sicuramente, sicuramente li curavano, nel senso che si prendevano cura di loro.

Andarono avanti così per anni; poi, e siamo al lieto fine, uno dei due artisti, a questo punto possiamo chiamarli così, una mattina alzandosi disse: "Senti… sai cosa ti dico… io mi sono rotto di disegnare, mi sa che vado a fare il medico.".
"Il medico?" chiese l'altro stupito. "E cos'è il medico?".

Fine della novella.

Al di là di ogni divertita provocazione, la nostra straordinaria capacità di creare simboli non solo è al'origine dell'umanità, ma anche foriera della sua continua e progressiva, inarrestabile (nel bene e nel male) evoluzione.

Carl Sagan con il concetto di conoscenza extrasomatica (ne scrivevamo qualche post fa), ci dice che se prendessimo un neonato da quella caverna primitiva e lo trasportassimo nella nostra moderna civiltà, crescerebbe arguto e intelligente come tanti nostri ragazzini, poiché da allora il nostro codice genetico è rimasto praticamente immutato, ciò che invece è cambiato enormemente è la ricchezza di simboli che abbiamo a disposizione per nutrire il nostro cervello.

E' attraverso i simboli che il nostro cervello ha acquistato e acquista la capacità di eseguire operazioni altrimenti impossibili mentre, allo stesso tempo, i simboli hanno modificato e modificano il nostro cervello più potentemente e più radicalmente dei geni. I simboli, perciò, non sono mere associazioni arbitrarie, ma veri e propri agenti in grado di plasmare attivamente il nostro cervello e di intervenire sul nostro benessere.

Richard Dawkins, ha dato a questi agenti il nome di «meme», una sorta di «gene della mente».

Se il gene è la molecola replicante che prevale negli organismi biologici, il «meme» è l'unità base della trasmissione culturale che può essere trasmesso da individuo a individuo anch'esso subendo variazioni evolutive, ma con una velocità infinitamente superiore. Inoltre, mentre sui geni non possiamo intervenire, se non con sofisticate e ai più inaccessibili tecnologie, la creazione e la trasmissione di nuovi «meme» non è preclusa a nessuno.

E cos'è l'arte se non la capacità di produrre quantità infinite di «meme» manipolando il nostro «memoma»?.

Il nostro intervento terapeutico volge proprio in questa direzione: stimolando la creazione e la produzione di nuovi «meme», simboli atti a plasmare e modificare il nostro malessere trasformandolo in benessere.

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